Nel momento straordinario di preghiera in questo tempo di epidemia Papa Francesco ci ha parlato dal “luogo che racconta la fede rocciosa di Pietro”1. La fede di Pietro è stato un dono, e non è stata rocciosa fin dall’inizio, ma lo è diventata.
Qualche capitolo più avanti rispetto all’episodio della tempesta sedata, diretti verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, Gesù interroga due volte i suoi discepoli, la prima per chiedere cosa la gente sta dicendo di Lui, la seconda per domandare cosa i discepoli stessi pensassero di Lui. Pietro prende la parola a nome di tutti per proclamare: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,29). Pietro non si è ingannato, Gesù, che lui ha scelto di seguire lasciando tutto, è veramente il Messia, ma questa professione di fede è ancora incompleta. Tale fede iniziale sarà vagliata, purificata, fatta crescere. Ciò che le è necessario è l’esperienza della Pasqua, il passaggio attraverso il mistero della croce. Non a caso subito dopo, nel momento in cui Gesù precisa che tipo di Messia sarà, cioè il Figlio dell’uomo che deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere, Pietro lo prende in disparte per rimproverarlo. Egli pensa di essere un sincero amico di Gesù ma si sente rispondere: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33). In realtà, in quel momento, si ritrova ad essere un avversario di Gesù, un impedimento a che Egli porti a compimento la volontà del Padre per la nostra salvezza. E quando inizia il dramma della passione, subito dopo l’arresto, il secondo evangelista ci mostra Gesù abbandonato, solo: “Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono” (Mc 14,50). Mentre Gesù viene processato e si proclama il Figlio del Benedetto, il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza che vedremo venire con le nubi del cielo, Pietro, senza un apparente pericolo di vita, lo rinnega tre volte (Mc 14,66-72). Se avessero domandato a noi, prima di questa emergenza, se credevamo in Gesù Figlio di Dio, probabilmente avremmo detto: Credo! Ogni domenica, nella celebrazione eucaristica, rinnoviamo la nostra professione di fede. Avevamo il sostegno della vita ordinaria delle nostre comunità parrocchiali, di sacramenti, sacramentali, riti, benedizioni. Ma era una fede pasquale? Ripensiamo alle parole di Papa Francesco: “<<Perché avete paura? Non avete ancora fede?>>. Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo mondo, che tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci di tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre siamo in mare agitato, ti imploriamo: <<Svegliati, Signore!>>”2. Ora le misure restrittive ci inducono a misurare i passi per il bene nostro e degli altri, ma quante parole e atteggiamenti irresponsabili nella fase di ordinarietà che hanno contribuito a peggiorare la malattia ecologica e sociale del mondo in cui siamo. E in questo vortice di velocità e indifferenza gli stessi sacramenti, le stesse messe si sono ridotte per noi a “res”, cose pretese, precetti, diritti.
Dove ritroviamo nel Vangelo di Marco una fede pasquale? Nel momento della morte di Gesù, ascoltando il forte grido che egli emette, sicuramente straordinario per un uomo sfinito dal soffrire, quando il velo del tempio si lacera in due, il centurione, un pagano, proclama: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). Egli fa risuonare ancora, nel momento dell’ultimo respiro dell’innocente moribondo, la voce che dal cielo aveva accompagnato la discesa dello Spirito su di lui dopo il battesimo nel Giordano: “Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento” (Mc 1,11). Quel centurione, vedendo morire così Gesù, riconosce in lui, nel suo grido, nella forza con cui lui emette l’ultimo respiro, il suo essere Figlio di Dio, l’annuncio della sua vittoria sulla morte, rinviando già al sepolcro vuoto. Possiamo richiamare, in questo senso le parole di S. Agostino: “Se ne andò per un atto della sua potenza, egli che era venuto senza essere costretto da alcuna necessità. Taluni, anzi, sono rimasti colpiti più dalla potenza manifestatasi nella sua morte che non dalla potenza da lui mostrata nel compiere i miracoli … Forse che quei briganti, crocifissi con lui, spirarono quando vollero? Erano trattenuti dai vincoli della carne, perché non erano creatori della carne: inchiodati, i loro tormenti si prolungavano, perché non erano in grado di dominare la loro debolezza. Il Signore, invece, quando volle, prese carne nel grembo della Vergine; quando volle si presentò agli uomini; visse tra gli uomini finché volle; quando volle abbandonò la carne. Tutto questo è frutto di potenza, non di necessità”3. Nelle parole del centurione troviamo ciò che manca alla professione di fede precedente di Pietro che invece non lo riconosce più come tale nel momento della passione. L’evangelista scrive il Vangelo in un contesto di persecuzione per la comunità cristiana di Roma. Un credente, in quel momento, è costretto con gli altri a vivere la fede di nascosto, a celebrarla nelle catacombe e vede intorno a sé crocifissi, persone condannate che soccombono alla violenza ingiusta per rimanere fedeli a Colui che hanno riconosciuto come Figlio di Dio. In questi martiri, in questo contesto drammatico, il credente riconosce il compiersi del mistero pasquale di Gesù, la sua vittoria sulla morte. La fede del centurione ci interpella in questo tempo duro che stiamo affrontando. Tante nostre abitudini si sono lacerate in questa tempesta. Anche noi possiamo celebrare la nostra fede nelle case, o tutt’al più vivere qualche momento di preghiera personale nelle chiese aperte, ma vuote. Ogni giorno i mezzi di comunicazione ci presentano un autentico bollettino di guerra, di contagiati, di ricoverati in terapia intensiva, di morti. Il loro grido silenzioso ha la stessa forza del grido di Gesù. In questo contesto drammatico siamo invitati anche noi oggi ad una fede pasquale, a riconoscere come intorno a noi si compia ancora il mistero di morte e risurrezione di Gesù, nei malati, in coloro che muoiono, in chi li assiste, in chi ogni giorno continua ad andare al lavoro per prendersi cura di noi: “E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. E’ la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. E’ la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passarelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermieri e infermiere, addetti si supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti, ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: <<che tutti siano una cosa sola>>. Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti”4. Anche il grido di amore e di servizio di tutte queste persone è più forte della morte. Costoro ci aiutano a credere che anche oggi il Signore Risorto ama le nostre vite e questo mondo più di noi.
Che ci aspetta tra la prima professione di fede di Pietro e la fede di Pietro divenuta rocciosa, grazie alla professione di fede del centurione, allo Spirito del Risorto, al sostegno della comunità credente? Pensare secondo il mondo, in questo senso, potrebbe significare pretendere per sé una fede senza ombre, senza dubbi, senza opacità, senza paure. Questa è una tentazione diabolica, perché la “fede” dei demoni è così. Costoro sanno senza tentennamenti chi è Gesù, conoscono meglio di noi i misteri del Regno ma non vogliono avere nulla a che fare con Gesù di Nazareth. La fede può invece conoscere le sue notti oscure, come ci testimonia S. Teresa di Calcutta: “La situazione fisica dei miei poveri abbandonati per le strade, non voluti, non amati, respinti, è il vero specchio della mia vita spirituale, del mio amore per Gesù …”5. E ancora in una lettera a Padre Picachy: “<<Sorride tutto il tempo>>. Le sorelle e le altre persone fanno tali osservazioni … Pensano che la mia fede, la fiducia e l’amore riempiano tutto il mio essere, e che l’intimità con Dio e l’unione con la sua volontà assorbano il mio cuore. Se solo sapessero … E come la mia gioia è il mantello con cui nascondo il vuoto e la miseria”6. Chi ha fede non può fuggire in momenti come questo ma è chiamato a farsi carico delle notti della storia. Momenti difficili come il presente esigono da noi una sincerità radicale con noi stessi e con Dio, come fa Madre Teresa. Riscopriamo il nostro vuoto, la nostra miseria, togliamo nel nostro grido le nostre maschere davanti a Dio. L’importante, come fa anche S. Teresa, e come fanno gli apostoli nel brano a cui ha fatto riferimento Papa Francesco (Mc 4,35-41), è invocarlo, parlargli, gridare fino a svegliarlo. In questi momenti possiamo accorgerci della verità più profonda: proprio perché la fede è un dono, più che noi ad avere la fede, è la fede che ormai ci abita e ci possiede. La consapevolezza drammatica della nostra fragilità diventa un’ulteriore spinta per comprendere che nulla possiamo senza il Signore Risorto e il suo Spirito e che ci salviamo non da soli, ma insieme. Allora Egli non tarderà a portarci la pace.
1 PAPA FRANCESCO, Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 Marzo 2020.
2 Ibid.
3 AGOSTINO, Commento al Vangelo di Giovanni 31,6; 37,9.
4 Ibid.
5 MADRE TERESA, Lettera a Padre Neuner del 12 Maggio 1969; in Sii la mia luce, a cura di B. Kolodiejchuk, tr. it. di G. Capelli – A. Crea – P. A. Livorati – V. Pazzi, Bur, Rizzoli Milano 2009, 239.
6 Ibid., 195.








