In questo tempo molteplici volte siamo sollecitati a dare risposte, anche alla luce della fede. Immagino come in questi giorni difficili, o da parte di persone che vivono situazioni drammatiche, o da persone che non hanno una “pratica cristiana consolidata”, siano giunti a noi interrogativi: che senso ha tutto questo? Perché Dio lo permette? Probabilmente da queste situazioni siamo usciti delusi di noi stessi perché abbiamo sperimentato che, nonostante tutta la nostra buona volontà nel fornire una risposta rispettosa del Catechismo e della dottrina cristiana, le nostre parole sembrano non aver toccato il cuore del nostro interlocutore, e lo abbiamo visto congedarsi da noi tutt’altro che soddisfatto, o per niente consolato. Tante volte abbiamo pensato che solo un prete è capace di dare certe risposte perché è più preparato di noi, ne sa più di noi con i suoi studi di teologia. È vero, in certe situazioni, più che le parole, valgono la prossimità e la condivisione, ma la sensazione è che riteniamo questa una risposta di serie b, accessibile alle persone più semplici, mentre esistono risposte più qualificate che possono essere rese da persone più qualificate.
Vorrei a proposito concentrarmi su tre passaggi.
Il primo passo è ritornare alla risposta che abbiamo reso e che stiamo rendendo ogni giorno a Colui che ci ha chiamati e continua a chiamarci ogni giorno. La nostra risposta è conseguente al dono della vocazione e questo verbo, rispondi, è intimamente legato al precedente, ascolta! La risposta scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della vocazione che viene a noi dal Dio di Gesù, e che si è fatta concreta nei fatti della nostra vita, grazie a persone e incontri precisi, grazie soprattutto alla Chiesa. Ritorniamo allora alla risposta resa da Maria all’emissario di Dio (Lc 1,26-38). Prima di tutto la chiamata o la missione, così come la risposta, sono conseguenti all’annuncio di un dono: “rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”, e ancora “non temere, perché hai trovato grazia presso Dio”. Il Dio di Gesù in cui crediamo e del quale Maria si è affidata è Colui che prima di tutto dona, non chiede. Se chiede, è perché ha donato gratuitamente, e ha donato gratuitamente ad ognuno di noi non per un nostro privilegio o un nostro possesso esclusivo, ma per il bene di tutti, in particolare di quelli che maggiormente possono avere bisogno. Per questo, qualora la risposta fosse un sì, non si tratta di temerarietà. In secondo luogo, Dio non si limita a chiedere a Maria ciò che è possibile per le sue forze, o con il concorso dell’uomo e nel rispetto di consuetudini e rituali umani, ma le chiede l’impossibile, essere madre del Figlio dell’Altissimo.
Anche nella nostra vocazione Dio ci chiede più di quello che per noi è fattibile e possibile con le nostre forze, non per sadismo o insensibilità, ma perché vuole metterci nella condizione di fare il passo della fede. Se Dio ci chiedesse solo ciò che già sappiamo e possiamo fare, da soli o con gli altri, non avremmo bisogno di lui e rischieremmo di strumentalizzare gli altri per ciò che siamo capaci di realizzare. In terzo luogo Maria è ben consapevole dell’esigenza di questa chiamata e manifesta la consapevolezza del proprio limite invalicabile per le sue forze: “Come avverrà questo, perché non conosco uomo?”. Per offrire una risposta sensata, non temeraria né folle, è necessario sapere ciò che è necessario ed essenziale, non tutto. L’angelo avrebbe potuto avvertire Maria di tutto ciò cui sarebbe andata incontro, o di come il Figlio dell’Altissimo avrebbe salvato l’umanità. Non lo ha fatto, perché per offrire una risposta “ragionevole” nella fede non è necessario sapere tutto, anzi sapere tutto può ostacolarci. È necessario sapere l’essenziale: che lo Spirito Santo ci ricopre, che la Potenza dell’Altissimo ci accompagna, che ciò che ci è chiesto contribuisce al Regno di giustizia e di pace che Dio ha realizzato e continua a realizzare nella storia in Gesù di Nazareth. Ciò è sufficiente per rispondere. A tale sapere si aggiunge un segno, ciò che il Signore ha operato nella storia dell’anziana cugina Elisabetta, per noi oggi ciò che il Signore opera nella vita delle altre persone. A questo punto giunge la risposta di Maria: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola”. Nell’ “eccomi” di Maria troviamo il mistero della risposta dell’uomo alla chiamata di Dio: una risposta che nasce dalla consapevolezza di un dono gratuito ed incondizionato ricevuto, dalla coscienza di una esigenza della vocazione che supera le nostre forze, dalla presentazione del nostro limite e della nostra povertà, dal sapere ciò che è necessario per rispondere, dall’attenzione ai segni che il Signore ci offre nella vita concreta delle altre persone, dalla condivisione delle vicende e dei bisogni degli uomini e delle donne del proprio tempo, dall’affidarsi alla potenza della Parola che ci chiama. Tale eccomi è legato all’ “eccomi” pronunciato una volta per tutte da Colui che è entrato nella storia per fare la volontà del Padre, perché il Dio di Gesù non vuole né sacrifici né offerte, ma ci ha donato un corpo per fare la sua volontà (Sal 40,7-9; Eb 10,5-7). È la forza dell’eccomi di Gesù che sostiene ogni giorno il nostro eccomi. La risposta fondamentale resa a Dio in cui trova senso ogni nostra risposta resa anche ai fratelli è un eccomi che coinvolge la totalità della nostra persona: corpo, mente, sentimenti, emozioni, anima. In tale risposta offro totalmente me stesso per realizzare il progetto di salvezza del Padre. Infine è fondamentale cogliere come l’eccomi è una risposta fondamentale al dono e alla chiamata di Dio data in un momento preciso, e in un luogo preciso. Ma l’oggi di tale risposta è l’inizio del cammino della fede. Ogni risposta resa a Dio (Abramo, Mosè, Isaia, Geremia, Giuseppe, Maria, Pietro, gli apostoli, Paolo …) è diventata un pellegrinaggio nella fede, con momenti oscuri, drammatici, con cadute, infedeltà, riprese, in cui l’ultima Parola è stata sempre del Dio fedele fino in fondo all’uomo e ai suoi chiamati.
Alla luce dell’ “eccomi” di Maria di Nazareth che riecheggia l’ “eccomi” del Figlio di Dio entrato nella storia come servo del Padre e servo nostro, andiamo a vedere la risposta di un’altra donna, che non è stata sufficiente per rimanere fedele al proprio Creatore (Gen 3,1-21). La donna, di fronte al serpente che cerca di mettere in dubbio la bontà di Dio, risponde prontamente ritenendo di difendere Dio con le proprie parole. Invece di ritornare al Creatore, di ritornare all’ascolto della Parola del Creatore, lei prende l’iniziativa, come una “santarellina saccente” e nella sua risposta non fa che propagare il virus iniettato dal serpente. Infatti prima di tutto confonde le coordinate degli alberi: Dio ha posto al centro del giardino l’albero della vita e di fianco l’albero della conoscenza del bene e del male. Nella morale sta riducendo il rapporto con Colui che l’ha posta nell’essere. In secondo luogo al centro della sua attenzione il tabù subentra al dono, tanto è vero che con le sue parole amplifica il divieto posto da Dio: non solo non mangiare, ma anche non toccare. Inoltre questo “rispondere” che parte da se stessi, invece che sorgere dall’ascolto della Parola, naufraga nella completa irresponsabilità: di fronte alla domanda di Dio che chiede conto, la donna scarica la responsabilità dell’accaduto sull’uomo al suo fianco e, indirettamente su Dio che lo ha posto al suo fianco. Purtroppo a volte nella storia dell’uomo c’è un tipo di risposta che non è più rispondere di sé, ma un atto d’accusa verso qualcun altro. Nel libro di Giobbe troviamo tre amici che pensano di avere delle risposte chiare per il dramma vissuto dal loro amico. Anche in questo caso, invece che gridare insieme a Giobbe verso Dio per chiedergli conto, invece di fare propria l’afflizione del loro amico, invece di interrogarsi insieme a lui e di attraversare con lui l’oscurità della sofferenza, costoro ritengono di difendere Dio contro Giobbe con la loro saccenteria. Così facendo, non si rendono conto di trasformarsi in accusatori di Dio. Chi giustifica Dio a scapito di chi soffre, è anche contro Dio. Vale la pena meditare su queste parole di Papa Francesco: “Quando qualcuno ha risposte per tutte le domande, dimostra di trovarsi su una strada non buona ed è possibile che sia un falso profeta, che usa la religione a proprio vantaggio, al servizio delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali. Dio ci supera infinitamente, è sempre una sorpresa e non siamo noi a determinare in quale circostanza storica trovarlo, dal momento che non dipendono da noi il tempo e il luogo e le modalità dell’incontro. Chi vuole tutto chiaro e sicuro pretende di dominare la trascendenza di Dio”1. Alla luce di queste parole non dovremmo preoccuparci di offrire risposte imperfette, a volte oscure, incomplete, … quanto piuttosto preoccuparci di offrire risposte saccenti ed esaustive che rischiano di oscurare il mistero. Le risposte appropriate diventano quelle che portano con sé il limite che ci costituisce e l’ombra che accompagna la nostra esistenza, quelle che manifestano prossimità e condivisione, quelle che rinviano a Qualcun altro e che lasciano aperto lo spazio per la sorpresa.
Infine anche il silenzio può costituire una risposta. Possiamo ritornare alla versione di Marco delle tentazioni di Gesù (Mc 1,12). In questo brano non c’è nessun dialogo tra Satana e Gesù. Si esprime, da una parte, la continuità della tentazione, e dall’altra lo stare di Gesù in questa situazione in cui è stato catapultato dallo Spirito Santo. Anche durante la sua passione, di fronte all’interrogatorio di Pilato (Mc 15,4-5), alla derisione di Erode (Lc 23,8-12), alle derisioni dei capi e all’insulto di uno dei due ladroni (Lc 23,35-39), Gesù sta rimanendo in silenzio. A volte il silenzio è legato alla mancanza di parole, alla non volontà di comunicare, alla decisione di non affrontare certe situazioni e certe relazioni. Questo tipo di silenzio è semplicemente un vuoto imbarazzante e desolante. Il silenzio di Gesù non è di questo tipo. Esso è l’indice di una pienezza, di una risposta salvifica. Gesù non replica al tentatore, all’insulto, alla denigrazione perché in queste situazioni egli “sta”, è pienamente. In questo silenzio egli non è affatto contro qualcuno ma è pienamente per tutti. In questo silenzio si manifesta il suo essere pienamente amore. Questo silenzio può diventare il grembo per ogni parola che voglia avere un senso, per ogni risposta che possa continuare a rendere giustizia a Dio e all’uomo. Questa può essere la risposta più appropriata anche per questi giorni: il nostro semplice stare, in questi giorni difficili, nelle nostre case, con amore, nell’attesa che Dio ci sorprenda di nuovo in questo momento critico della storia nostra e dell’intera umanità.
1 PAPA FRANCESCO, Esortazione Apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo Gaudete et exsultate 41; San Paolo, Milano 2018, 49.








