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Terzo Quaresimale: Ama!

Terzo Quaresimale: Ama!

Questo terzo verbo è a noi molto caro. Più volte ci ripetiamo che il vero senso della vita è nell’amare. D’altra parte siamo anche consapevoli che tale verbo non diviene mai a noi troppo familiare. Nel momento in cui ci sembra di essere diventati esperti nell’amore, ci accorgiamo che in realtà non stiamo amando, o che la persona che pensiamo di amare in realtà non si sente da noi amata. Proprio dell’amore possiamo dire di sperimentare ciò che ci ricorda Papa Francesco: “la realtà è superire all’idea”. L’amore supera sempre ogni concezione che possiamo farcene. D’altra parte voglio richiamare alla memoria un passo di una lettura fatta nella mia giovinezza: “Il primo passo è di convincersi che l’amore è un’arte così come la vita è un’arte: se vogliamo sapere come amare dobbiamo procedere allo stesso modo come se volessimo imparare qualsiasi altra arte, come la musica, la pittura, oppure la medicina o l’ingegneria. … Ma, oltre a conoscere teoria e pratica, c’è un terzo fattore necessario per diventare maestro in qualunque arte: non deve esserci nient’altro di più importante1. Ogni Quaresima, questa Quaresima, forse viene come un tempo opportuno, favorevole per purificare il nostro modo di amare e per tornare a dedicarci a questa arte come alla cosa più importante della nostra vita.

La carità non cerca il proprio interesse” (1 Cor 13,4). Un punto difficile di questa arte consiste nel realizzare un delicato equilibrio, come ci ricorda anche Papa Francesco intento a commentare il versetto in questione: “Abbiamo detto molte volte che per amare gli altri occorre prima amare se stessi. Tuttavia questo inno all’amore afferma che l’amore non cerca il proprio interesse, o che non cerca quello che è suo. Questa espressione si usa pure in un altro testo: <<Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri>> (Fil 2,4). Davanti ad un’affermazione così chiara delle Scritture , bisogna evitare di attribuire priorità all’amore per se stessi come se fosse più nobile del dono di sé stessi agli altri. Una certa priorità dell’amore per se stessi può intendersi solamente come una condizione psicologica, in quanto chi è incapace di amare se stesso incontra difficoltà ad amare gli altri: <<Chi è cattivo con sé stesso con chi sarà buono? … Nessuno è peggiore di chi danneggia se stesso (Sir 14,5-6). Però lo stesso Tommaso d’Aquino ha spiegato che <<è più proprio della carità voler amare che voler essere amati>> e che, in effetti, le madri, che sono quelle che amano di più, cercano più di amare che di essere amate>>. Perciò l’amore può spingersi oltre la giustizia e straripare gratuitamente, <<senza sperarne nulla>> (Lc 6,35), fino ad arrivare all’amore più grande, che è <<dare la vita per gli altri>> (Gv 15,13)2. Il delicato equilibrio è tra la priorità psicologica e, a volte cronologica, dell’amore di sé, e la priorità assiologia, di valore, dell’amore per l’altro. Nessuno può donare all’altro ciò che non abbia già ricevuto. Il primo requisito dell’arte di amare è saper ricevere, fare esperienza che Qualcuno/qualcuno ci ha amati per primo. Per questo requisito l’amore ha bisogno prima di tutto della contemplazione. Siamo invitati a contemplare l’amore di Dio che ci ha raggiunti nel Crocifisso Risorto, un amore totalmente gratuito, incondizionato, che ci ha scelti non per i nostri meriti, ma così come siamo. È un amore che ci ha raggiunto non perché noi avessimo fatto già un passo verso Dio, ma ci ha prevenuti gratuitamente. Dio ha fatto il primo passo verso di noi in Cristo, e lo fa continuamente, anche se ci fossimo resi suoi nemici con il nostro peccato. Per questo la giustizia di questo amore è straripante rispetto ad ogni canone umano. E l’amore di Dio ci ha raggiunti attraverso concrete mediazioni storiche, come quelle della nostra famiglia di origine, di tutte le persone che si sono prese cura di noi e della nostra formazione, della comunità cristiana, a partire dai sacramenti. Dalla contemplazione segue il discernimento: in Cristo siamo chiamati, anche grazie alle persone concrete che ci hanno amati, ad amarci. Nell’amarci, non a partire da noi stessi, ma a partire dall’amore di Qualcun altro che ci raggiunge dall’esterno e gratuitamente, nasce immediatamente un movimento verso gli altri: ci amiamo per amare gli altri con la stessa misura, pigiata e traboccante, oltre ogni nostro saper fare, con cui siamo stati amati da Dio. A questo punto il discernimento ci chiede la lucidità di dare sempre la priorità all’amore per l’altro, al volere il suo bene. Forse proprio questi giorni di emergenza nazionale e di notevoli restrizioni alle nostre vite ci riconducono alla realizzazione di questo equilibrio: la tutela della nostra vita va di pari passo con quella della vita altrui, e nel momento in cui l’amore per se stessi assume maggiore valore, è la volta buona che un’imperdonabile leggerezza può mettere in pericolo la vita degli altri.

Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco(Lc 7,47). Sono le parole che Gesù rivolge a Simone, che probabilmente aveva interiormente mormorato con gli altri vedendo come Gesù si lasciava toccare ed amare da quella donna peccatrice. Riguardo alla pratica dell’arte di amare, soprattutto nella gestione di emozioni, sentimenti, slanci affettivi e della propria sessualità, non è difficile cadere. Anzi, molteplici possono essere le cadute, anche perché chi sceglie di amare con tutto se stesso, mettendo in campo anche la propria fisicità e affettività, rischia anche in continuazione. Questo Vangelo è allora una buona notizia che ci consola e allo stesso tempo ci mette in guardia. Prima di tutto ci consola, come quel giorno ha consolato e rialzato quella donna, distrutta dal dolore per i propri peccati. A proposito ci ricorda Papa Benedetto: “L’eros di Dio per l’uomo – come abbiamo detto – è insieme totalmente agàpe. Non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che perdona. Soprattutto Osea ci mostra la dimensione dell’agape nell’amore di Dio per l’uomo, che supera di gran lunga l’aspetto della gratuità. Israele ha commesso <<adulterio>>, ha rotto l’Alleanza; Dio dovrebbe giudicarlo e ripudiarlo. Proprio qui però si rivela che Dio è Dio, e non uomo: <<Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? … Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, Perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te>> (Os 11,8-9). L’amore appassionato di Dio per il suo popolo – per l’uomo – è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il cristiano vede, in questo, già profilarsi velatamente il mistero della Croce: Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore3. L’episodio lucano della peccatrice perdonata ci dice che, per l’incontro con questo amore totale e appassionato di Dio che perdona, ogni persona può rialzarsi dalle proprie cadute e può ritornare ad essere capace di amare, può voltare pagina e dare un nuovo inizio alla propria esistenza. Dio non ci chiede di essere perfetti nel senso di persone che non sbagliano mai, ma di amare, nonostante le nostre cadute. Semmai l’episodio lucano ci mostra in parallelo un peccato ben più grande, quello di chi, come i farisei che erano a pranzo e mormoravano, piuttosto che rischiare, per non sbagliare mai, in nome di un’osservanza legalistica e rassicurante, preferisce diventare “anaffettivo”. A casa di Simone il fariseo il rituale sarà pure impeccabile, ma nessuno, ad eccezione di quella donna, ha posto in essere gesti di affetto e di amore appassionato per Gesù. Il peccato più grave è arrivare ad avere un cuore duro, incapace di appassionarsi per qualcuno, chiuso, insensibile, incapace di compassione. Meglio un amore appassionato che può sbagliare, eccedere, ma che prontamente è risollevato e orientato di nuovo dall’incontro con l’eros – agape di Dio. A volte l’amore “lacera” in senso buono il nostro cuore, perché ci fa sperimentare il combattimento tra le esigenze della legge, anche ecclesiastica, e la sofferenza e la miseria della persona, la cui salvezza rimane la suprema lex. Questa Quaresima è un tempo favorevole per sperimentare ancora quanto Dio ci perdona e amare a nostra volta gli altri molto e sempre di più secondo quella giustizia.

E chi è mio prossimo?” (Lc 10,29), chiede il Dottore della legge a Gesù. Ci ricorda sempre Papa Benedetto, soffermandosi sulla parabola del Buon Samaritano: “Mentre il concetto di <<prossimo>> era riferito, fino ad allora, essenzialmente ai connazionali e agli stranieri che si erano stanziati nella terra d’Israele e quindi alla comunità solidale di un paese e di un popolo, adesso questo limite viene abolito. Chiunque ha bisogno di me e io posso aiutarlo, è il mio prossimo. Il concetto di prossimo viene universalizzato e rimane tuttavia concreto. Nonostante la sua estensione a tutti gli uomini, non si riduce all’espressione di un amore generico e astratto, in se stesso poco impegnativo, ma richiede il mio impegno pratico qui e ora. Rimane compito della Chiesa interpretare sempre di nuovo questo collegamento tra lontananza e vicinanza in vista della vita pratica dei suoi membri. … Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio4. Vorrei riflettere sull’amore del prossimo richiamato dalla Parabola del Buon Samaritano alla luce di questi giorni difficili che stiamo vivendo. Sono giorni in cui dover stare il più possibile a casa e uscire solo per motivi di stretta necessità. Per molti questo significa trascorrere molto più tempo con la propria famiglia, con il proprio coniuge o compagno, con i propri genitori o i propri figli, sicuramente con chi ci è prossimo. Forse in questi giorni più che mai si può sperimentare come non sia facile e scontato amare il proprio prossimo. Anzi, a volte è per noi la cosa più difficile. In diverse situazioni non si litiga mai o si litiga poco perché si sta insieme molto poco. Tra persone vicine o intime è molto più facile ferirsi, come a volte si può diventare a sorpresa estranei. In questi giorni, dovendo trascorrere più tempo insieme a casa, ci si accorgerà della necessità di aver cura, in maniera creativa, delle relazioni con le persone a noi più vicine sulle quali, in tempi ordinari di maggiore frenesia, abbiamo spesso ingiustamente scaricato le nostre tensioni.

In secondo luogo, in questo tempo viene chiesto e predicato l’ “isolamento sociale”. È una parola che ci suona dura, forse ingiusta. Ma proprio questo isolamento sociale può favorire l’estensione del concetto concreto di prossimo. Chi è il mio prossimo? È qualsiasi persona alla quale la mia prudenza può recare beneficio. Questa “pandemia” ci accomuna a tutta l’umanità. Tutti sono diventati improvvisamente prossimi, beneficiari delle positive conseguenze delle nostre scelte responsabili. Le restrizioni che con responsabilità assumo sono necessarie per contenere il contagio, perché la maggior quantità di “prossimi” possibile non ne sia toccata. Addirittura il nostro comportamento responsabile può diventare esempio per le altre nazioni che in Europa e nel mondo lottano con questo nuovo virus. Il Samaritano ama quel povero Giudeo aggredito sia quando lo soccorre direttamente, ma anche a distanza quando, ripartito, ha comunque organizzato le ulteriori cure necessarie per quella persona. Penso anche alle famiglie che hanno persone care in isolamento, o ricoverate o in terapia intensiva per questa infezione. Non possono essere fisicamente con loro, possono però amarli a distanza come il Samaritano, pregando per loro, sperando per loro, attendendoli, affidandoli. Anche noi siamo chiamati ad amare a distanza un prossimo che questa pandemia ha enormemente esteso.

In terzo luogo è duro in questi giorni non poterci stringere la mano, non potere abbracciarci o parlare in maniera ravvicinata. Forse questi giorni ci aiutano a riscoprire la castità dell’amore autentico. Sono gesti giusti e sacrosanti quelli a cui purtroppo siamo chiamati a rinunciare. È giusto sperimentare e condividere il piacere e la gioia del volerci bene, che passa attraverso contatti e gesti anche fisici. Ma il piacere di volerci bene non è lo scopo finale del nostro amore per il prossimo. Il fine rimane sempre il suo bene, in questo caso la sua vita e la sua salute. La castità, a mio parere, è proprio questo: non la rinuncia al piacere, anche fisico, del volersi bene, ma il cercare al di sopra di tutto il bene vero dell’altro nella situazione che si trova a vivere. E se qualche situazione, come questa, dovesse mettere in conflitto cose in sé buone, siamo chiamati a scegliere e a mettere al primo posto ciò che è bene per il nostro prossimo, anche quando questo consiste nel tenerlo a distanza. Un modo strano, faticoso, di articolare vicinanza e distanza, come ci ricordava Papa Benedetto, ma necessario in questo frangente. L’augurio è che questa dolorosa e necessaria distanza con tanti cari nostri prossimi (familiari lontani, amici …) diventi l’occasione di una più profonda comunione con Dio perché in lui possiamo ritrovare coloro che dobbiamo tenere a distanza come ancora più amati, con la stessa intensità con cui Dio ha amato noi in Cristo: addirittura volgendosi contro se stesso.

1 E. FROMM, The Art of Loving, Harper, New York 1957; tr. it. di M. Damiani, L’Arte di Amare, Il Saggiatore, Milano 1984, 16.

2 PAPA FRANCESCO, Esortazione Apostolica sull’amore nella famiglia Amoris Laetitia, 101-102, 19 Marzo 2016; San Paolo, Milano 2016, 104.

3 BENEDETTO XVI, Lettera Enciclica Deus Caritas est, 10, 25 Dicembre 2005; LEV, Città Del Vaticano 2006, 26-27.

4 cit. 15; 35-36.