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Primo Quaresimale di Don Giordano Trapasso ASCOLTA!

Primo Quaresimale di Don Giordano Trapasso ASCOLTA!

Ascolta!

Vista l’impossibilità di riunirci venerdi 6 marzo nella Chiesa delle Anime Sante divulghiamo il testo della riflessione di Don Giordano Trapasso

La Quaresima di quest’anno è iniziata in modo del tutto particolare, nell’impossibilità di una celebrazione comunitaria nel mercoledì delle ceneri, con la sospensione delle lezioni scolastiche, di convegni e di attività formative ed educative che potrebbe accompagnarci ancora. La tentazione è di pensare, dalla nostra prospettiva, che l’assenza di questi momenti significhi un tempo di quaresima di serie b o che siamo “meno vivi” perché possiamo fare, come comunità cristiana, poco o niente.

Paradossalmente questa situazione, che nessuno ha voluto, cercato e che mai ci augureremmo, potrebbe aiutarci a vivere secondo una intensità nuova la quaresima di quest’anno. Ciò dipende dalla nostra disponibilità a vivere il primo verbo di questi quaresimali: ascolta! È un verbo che ci riconduce all’incipit della fede e di una qualità umana della vita.

In questa situazione molti di noi hanno maggiore tempo per stare con se stessi, per starcene, come dice il filosofo Pascal, fermi nella nostra stanza. Molte tentazioni si fanno sotto per farci uscire da questa solitudine, molti diversivi o pretesti per evitare la compagnia di noi stessi. Il contesto post – moderno produce un uomo digitale, un uomo che si apre incondizionatamente sui mezzi di comunicazione di ultima generazione, ma ha perso la sua anima, rischia di dimenticarsi della propria profondità e interiorità. Tutto ciò che è vero è in superficie, è reso noto sui social. È tutto lì, non c’è altro da conoscere di una persona. Questo significherebbe una banalizzazione della vita stessa. Richiamo a questo proposito un passo di S. Gregorio Magno, rivolto ai pastori di anime: “Quanta è dunque la temerarietà con cui gli ignoranti assumono il magistero pastorale, dal momento che il governo delle anime è l’arte delle arti. Chi non sa che le ferite dei pensieri sono più nascoste di quelle delle viscere? E tuttavia si da spesso il caso di persone che non conoscono neppure le regole della vita spirituale, ma non temono di professarsi medici dell’anima, mentre chi ignora le virtù terapeutiche delle medicine si vergognerebbe di passare per medico del corpo1. Sono parole che mi tornano in mente soprattutto quando incontro persone che si credono “maleficiate” o vittime di azioni straordinarie del Maligno. La guida delle anime è l’arte delle arti proprio perché la verità non è solo nella superficie di ciò che una persona racconta, o crede di avere, come non è tutta nei nostri profili – social.

Occorre aiutare le persone a ritrovare la sintonia con la propria profondità, con quel mondo interiore che ci determina prima e più del mondo esterno, con la trama complessa e oscura di emozioni, sentimenti, desideri che sfuggono anche al nostro controllo, con le ferite profonde insite dietro i propri pensieri e le proprie volizioni. Un pastore di anime può intercettare questo mondo solo se la persona che lui accompagna è disponibile ad ascoltare questo mondo e ad avere il coraggio di riconoscerne le ferite profonde. Tale cammino di ascolto della propria interiorità è il primo passo necessario e imprescindibile per un percorso di liberazione. Dunque, approfitta di questi giorni e ascolta te stesso! Non è un’operazione di introspezione, ma un atto di fede e di amore. Si tratta di fermarsi con se stessi, di avere il coraggio di rientrare in se stessi invocando l’accompagnamento dello Spirito Santo, di camminare nel percorso accidentato e oscuro della nostra interiorità con la luce della Parola, di fermarci di fronte al dolore che proviamo, al rancore che troviamo, alla impossibilità di relazione con qualcuno, a certe paure o blocchi e chiederci: perché? Quale ferita c’è dietro? A questo punto si tratta di fare silenzio per accorgerci che in questi meandri, in queste oscurità, in queste parti di noi stessi che noi preferiremmo non vedere, in realtà ci attende il Signore per parlarci, consolarci, guarirci, darci la forza di assumere le nostre responsabilità e di riconciliarci con noi stessi e gli altri. Dio, ci ricorda Agostino, è più intimo a noi di noi stessi e possiamo incontrarlo fuori di noi se sappiamo prima di tutto incontrarlo in noi e sentirci da Lui amati così come siamo.

Domenica scorsa il Vangelo ci ha ricordato: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4). La Parola è cibo, viviamo di essa. In un cammino di guarigione non possiamo non nutrirci bene, non riprendere le forze. Ma perché è importante vivere prima di tutto di Parola di Dio? Mi viene in mente un altro brano del primo Vangelo, l’episodio della tempesta sedata (Mt 14,22-33). Questo brano ci mostra i discepoli in una situazione difficile, a molte miglia di distanza dalla terra, con il vento contrario, le acque agitate, nel cuore della notte. Sul finir della notte Gesù cammina sul mare andando verso di loro. Gesù si fa vicino a loro in quel momento difficile così come si avvicina ad ognuno di noi in ogni momento difficile. Siamo in grado di riconoscerlo? Il gesto di Gesù coniuga due aspetti: uno sovrannaturale, il camminare sulle acque, uno relazionale, il suo farsi vicino a loro. Nella considerazione dei discepoli, in quel frangente, e nella nostra oggi, quale pesa di più? La tentazione è di pensare che di fronte al miracolo, allo straordinario, sia più semplice riconoscere la presenza del Signore. In realtà per i discepoli non è stato così. Costoro hanno dato maggiore peso all’aspetto “prodigioso” e, nell’oscurità del momento, hanno ritenuto che chi si avvicinava loro fosse un fantasma. Lo sconvolgimento del momento impedisce loro di riconoscere Gesù, e la paura li porta a gridare di fronte a quella presenza apparentemente minacciosa. Quando riescono a riconoscere Gesù? Nel momento in cui Gesù parla loro e ricorda il suo nome, che è il nome stesso di Dio: “Coraggio, sono io. Non abbiate paura!” (14,27). Gesù ricorda loro la parte più importante del suo agire, quella che ci deve rassicurare e aiutare a vincere le nostre paure: il suo esserci, il suo essere con noi, il suo venirci continuamente incontro. Che il suo agire possa superare i limiti naturali nel prodigio è secondario e non conduce alla fede. Proprio la parola di Gesù apre a Pietro la possibilità di essere liberato dalla paralisi della paura e di muovere qualche passo verso Gesù in quelle acque agitate.

Muove qualche passo, poi la sua attenzione si concentra più sulle forze contrarie che su Gesù e rischia di andare a fondo. In quel momento è pronta la mano di Gesù a farlo riemergere. Anche qui il gesto è comunque accompagnato da una parola di rimprovero salutare, che riconduce al dubbio, e non al vento contrario, la causa dell’affondare. Gesù apprezza che Pietro abbia avuto la fede per fare alcuni passi e lo rialza prontamente; d’altra parte lo aiuta a capire perché il suo cammino si è interrotto. Questa vicenda ci aiuta a comprendere l’importanza dell’ascolto. Anche in questo tempo di emergenza nazionale e di forti limitazioni il Crocifisso Risorto si avvicina a noi e alle nostre comunità per aiutarci ad affrontare le acque agitate di questo momento. Ciò avviene in ogni tribolazione che ci troviamo ad affrontare. Tra noi e lui si pongono le nostre paure. Le paure ci dissociano dal reale, distorcono il nostro modo di guardare la realtà. Dove c’è un’opportunità, vediamo solo un rischio. Dove c’è un fratello vediamo un nemico. Dove sta camminando il Signore verso di noi potremmo scorgere un fantasma ostile. Anche in questi giorni non abbiamo mancato di gridare dalla paura: vedere in questa epidemia un castigo di Dio, la paura di una Chiesa succube dello Stato, non avere fiducia che le decisioni dei nostri Vescovi siano per il nostro bene, … . Vivere della parola di Dio significa trovare nell’ascolto di essa la forza per vincere le nostre paure e per riconoscere il Signore Risorto che viene verso di noi e vuole incontrarci nei momenti più difficili. L’ascolto della parola può far sì che io ritrovi opportunità dove vedevo solo pericoli, che ritrovi un fratello in colui che consideravo un avversario, che ritrovi un amico in colui che percepivo come un nemico, che emerga la speranza dal profondo del dolore, che ritrovi la forza di impegnarmi nella cura delle mie ferite profonde piuttosto che star dietro a vuoti fantasmi. Per questo, ascolta, ascolta, ascolta!

Richiamo ora un passaggio della Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio di Papa Francesco Aperuit Illis: “La relazione tra il Risorto, la comunità dei credenti e la Sacra Scrittura è estremamente vitale per la nostra identità2. La Bibbia non è un semplice testo da studiare, né la sola fonte delle nostre “presunte informazioni religiose”. La Scrittura è in una relazione vitale con la comunità dei credenti e con il Risorto. In questa relazione vitale va vissuto il nostro rapporto con le Scritture. Quando ci avviciniamo alle Scritture è importante lasciarci guidare dallo Spirito Santo perché in esse è il Risorto che ci parla, e lo fa nella comunità dei credenti che è il suo corpo e la sua presenza nella storia. In questo senso, nella nostra esperienza di ascolto della Parola di Dio, mi permetto di raccomandare di far tesoro prima di tutto delle occasioni comunitarie, dove Cristo, nella sua Chiesa, diventa il primo esegeta delle Scritture. I nostri momenti personali di ascolto della Parola di Dio muovano sempre da quelli comunitari, e tengano sempre conto del Magistero che cerca di rendere eloquente la Parola di Dio per gli uomini e le donne di questo tempo. Un ascolto vissuto individualisticamente, senza la comunità, può fuorviarci. Ascolta con la Chiesa!

Infine richiamo un passaggio della regola di S. Benedetto: “Ogni volta che in monastero si devono trattare questioni di particolare importanza, l’abate convochi tutta la comunità ed esponga lui stesso di che si tratta. Dopo aver sentito il parere dei fratelli, consideri la cosa tra sé e poi faccia quello che gli sarà parso utile.

Ma abbiamo voluto che tutti siano chiamati a consiglio, perché spesso è al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore3. La volontà di Dio si fa chiara a noi, in particolare a chi ha la responsabilità di guidare o presiedere, grazie agli altri. Per discernere ciò che è gradito a Dio, buono e giusto, è importante anche ascoltarci. L’ascolto della Parola di Dio vissuto da ognuno di noi, guidati dallo Spirito, con la Chiesa, ci rende saggi consiglieri gli uni degli altri. Per questo è importante creare le condizioni per cui ognuno volentieri si esprima, parli nelle nostre comunità, soprattutto nei nostri organismi di partecipazione. Nelle questioni di massima importanza è necessario che tutti siano ascoltati, in particolare i più giovani. Perché possa avvenire il discernimento comunitario della volontà di Dio, quindi del bene dell’intera comunità cristiana e della città, è necessario essere disponibili alle cose nuove che lo Spirito vuole suscitare nella storia, soprattutto attraverso i più giovani. In secondo luogo, il saper ascoltare è il primo passo dell’amore autentico e del servizio alle persone. Una persona sofferente, provata, si sente amata prima di tutto se accolta, cioè ascoltata. Nell’ascolto la storia di una persona entra di noi, acquista spazio nella nostra mente, nel nostro cuore, nella nostra preghiera. Ogni nostra possibile risposta all’altro, o azione per lui, tocca veramente il suo cuore solo nella misura in cui è la conseguenza di un profondo e sincero ascolto del suo vissuto. È importante, nel servizio, che l’ascolto preceda sempre ogni possibile agire concreto. Dunque, ascolta l’altro!

1 GREGORIO MAGNO, La Regola Pastorale I,1, Città Nuova, Roma 1981, 41.

2 PAPA FRANCESCO, Aperuit Illis. Lettera apostolica in forma di Motu Proprio, 1; San Paolo, Milano 2019, 21.

3 Regola di S. Benedetto, 3,1-3.